Malattia di Creutzfeldt-Jakob

È una malattia del cervello rarissima: nel mondo viene diagnosticata a circa una o due persone per milione ogni anno.

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È una malattia del cervello rarissima: nel mondo viene diagnosticata a circa una o due persone per milione ogni anno. A renderla nota non è stata la frequenza, ma la causa. Il responsabile non è un virus né un batterio, bensì una proteina dell'organismo stesso che ha assunto la forma sbagliata: il prione. Una cura non esiste ancora e il decorso è rapido. Ma questo testo ha un secondo scopo, assai più pratico: un decadimento mentale che peggiora in fretta si rivela molto più spesso qualcos'altro, e una parte di quel qualcos'altro si può curare. Parlare della malattia di Creutzfeldt-Jakob significa quindi soprattutto spiegare perché, in quella situazione, aspettare è la scelta sbagliata.

Che cos'è un prione e perché è pericoloso

La proteina prionica è presente in ognuno di noi e ne è più ricco il cervello. A permetterle di funzionare è la forma tridimensionale: la catena di amminoacidi si ripiega in un modo preciso, come un origami. Ogni tanto la piega riesce male. Di norma l'organismo smonta queste proteine difettose, ma una molecola può sopravvivere, ed è lì che comincia il problema: costringe le molecole normali vicine a ripiegarsi a propria immagine, ognuna guastata ne genera altre e il processo cresce a valanga. Le cellule nervose muoiono, nel cervello si accumulano depositi di quella proteina e il tessuto assume un aspetto poroso, spugnoso, da cui deriva il vecchio nome di tutta questa famiglia di malattie.

Il prione non si comporta come un normale agente infettivo. Non possiede materiale genetico, quindi antibiotici e antivirali non lo toccano per definizione. Ed è straordinariamente resistente: la sterilizzazione abituale degli strumenti, affidabile contro batteri e virus, non lo inattiva, e per questo esistono protocolli di decontaminazione dedicati.

Come si manifesta

Il suo tratto distintivo è il ritmo. Nella forma più comune, dalle prime stranezze a una condizione grave non passano anni, come nella malattia di Alzheimer, ma settimane e mesi. È la velocità, più che l'elenco dei disturbi, a far sospettare una malattia prionica. Per primi arrivano di solito i segni neurologici:

  • instabilità nel camminare, goffaggine delle mani, perdita di coordinazione;
  • parola impastata e poco comprensibile;
  • scatti muscolari improvvisi e involontari, soprattutto in risposta a un rumore o a un contatto;
  • disturbi visivi: visione doppia, perdita di campo visivo, distorsione di forme e colori, talvolta fino alla cecità con occhi sani;
  • vertigini, intorpidimento o formicolio in varie parti del corpo;
  • vuoti di memoria che si approfondiscono in fretta, confusione, difficoltà con attività di sempre.

Più raramente la malattia esordisce sul versante psichico: umore depresso, ansia, irritabilità, distacco dai familiari, insonnia, sospetti insoliti, e solo dopo qualche mese si aggiungono i disturbi neurologici. Questo esordio è tipico della forma contratta dall'esterno e riguarda di solito persone molto più giovani.

Poi i problemi si sommano: la persona perde la capacità di camminare, deglutire e parlare, non riconosce più l'ambiente e ha bisogno di assistenza continua. La maggior parte di chi ha la forma più comune muore entro un anno dall'esordio, quasi sempre per un'infezione polmonare o per insufficienza respiratoria. La forma ereditaria si sviluppa spesso più lentamente, nell'arco di uno o due anni.

Da dove nasce

L'accumulo di prioni ha varie cause, e da queste dipendono l'età d'esordio e il decorso.

  • Spontanea. La più frequente, circa otto o nove casi su dieci. La proteina si ripiega male senza un motivo visibile e il processo parte da sé. Stile di vita, alimentazione e malattie passate non c'entrano. Colpisce di regola persone anziane, il più delle volte dopo i sessant'anni.
  • Ereditaria. Una mutazione nel gene della proteina prionica, di tipo dominante: basta ereditare il gene alterato da un genitore e la probabilità di trasmetterlo a un figlio è del cinquanta per cento. I sintomi compaiono in età adulta media, quando i figli sono nati da tempo, così una famiglia può ignorare il rischio per anni. Allo stesso gruppo appartengono alcune malattie prioniche ereditarie affini, tra cui quella che si manifesta soprattutto distruggendo il sonno.
  • Acquisita attraverso la carne. La forma legata all'encefalopatia spongiforme bovina, il cosiddetto morbo della mucca pazza. I bovini si infettavano attraverso le farine di ossa nei mangimi e il prione arrivava alle persone con i prodotti a base di carne. Dopo il divieto di quei mangimi e l'inasprimento delle regole di macellazione questa forma è quasi scomparsa e nuovi casi non se ne registrano quasi più. Il periodo di incubazione è però lunghissimo, anni e decenni, quindi archiviarla del tutto sarebbe prematuro.
  • Trasmessa durante una terapia. Un tempo l'ormone della crescita si estraeva dall'ipofisi di persone decedute e una parte dei bambini trattati così fino alla metà degli anni ottanta si infettò; con il passaggio all'ormone sintetico quella via si è chiusa. Casi isolati sono stati ricondotti a innesti di dura madre, a trapianti di cornea e a strumenti neurochirurgici. Oggi è una rarità eccezionale.

Si può contrarre da un malato?

Risposta breve: nella vita quotidiana no. Il prione non si trasmette per via aerea, parlando, abbracciando o baciando, condividendo le stoviglie, assistendo la persona o per via sessuale. Dare da mangiare a un familiare, cambiargli le lenzuola, stargli accanto è sicuro.

La trasmissione è possibile solo quando tessuto nervoso infetto entra nell'organismo di un'altra persona: con un innesto di tessuti, tramite strumenti mal decontaminati che sono stati a contatto con il cervello e, per la forma legata alla carne, anche con una trasfusione. Per questo in molti paesi non si accettano sangue e organi da persone con fattori di rischio, si rimuovono i globuli bianchi dal sangue donato e gli strumenti usati in neurochirurgia in caso di sospetta malattia prionica vengono trattati con protocolli speciali o non riutilizzati.

Perché gli accertamenti sono urgenti e che cosa si cerca prima

Ecco la parte per cui vale la pena leggere questo testo. Un deterioramento del pensiero, della memoria e del cammino che avanza in settimane o mesi non è una diagnosi, ma uno scenario allarmante con una lunga lista di cause possibili. E buona parte di esse si cura, a volte del tutto, se non si perde tempo. Il medico escluderà tra l'altro:

  • un'infiammazione autoimmune del cervello, che risponde alle terapie che frenano la risposta immunitaria tanto meglio quanto prima si comincia;
  • la carenza di vitamina B12 e di altre vitamine del gruppo B;
  • gravi alterazioni della funzione tiroidea;
  • infezioni che coinvolgono il sistema nervoso;
  • tumori cerebrali e linfomi, e anche l'effetto a distanza di un tumore sul sistema nervoso;
  • l'idrocefalo normoteso, nel quale una derivazione è d'aiuto;
  • l'infiammazione dei vasi cerebrali;
  • intossicazioni, effetti indesiderati di farmaci e una depressione grave, capace di somigliare a una demenza.

Gli accertamenti sono guidati da un neurologo: risonanza magnetica con sequenze specifiche, che nella malattia prionica dà un quadro abbastanza riconoscibile; elettroencefalogramma; esame del liquido cerebrospinale. Sul liquido si applica oggi un metodo che coglie la capacità stessa del prione di rimodellare la proteina normale, e in precisione ha superato nettamente i vecchi marcatori proteici. Se si sospetta la forma ereditaria si esegue un esame del sangue per la mutazione del gene, sempre preceduto da una consulenza genetica, perché il risultato non riguarda solo il paziente ma anche i figli. La conferma definitiva la dà unicamente l'esame del tessuto cerebrale, e in vita alla biopsia si ricorre di rado: proprio quando c'è la speranza di trovare, al posto di una malattia prionica, qualcosa di curabile.

Che cosa si può fare per la persona

Non esiste un farmaco che fermi la malattia, e le offerte di «curare i prioni» che girano in rete sono sempre un inganno. L'assistenza punta a far sì che la persona stia tranquilla e senza dolore, e su questo si può ottenere moltissimo.

Ansia e umore depresso si alleviano con antidepressivi e sedativi; scatti e spasmi muscolari di solito cedono agli antiepilettici; il dolore si tratta, se serve, fino agli oppioidi maggiori. Entrano in gioco specialisti della deglutizione e della nutrizione, fisioterapia, cura della pelle e prevenzione delle piaghe da decubito. Ai familiari serve quasi sempre un sostegno proprio, pratico ed emotivo.

C'è un discorso che conviene affrontare presto, finché la persona può ancora parteciparvi: le sue volontà su dove stare nella fase avanzata, a casa o in hospice; se accetta la nutrizione con sondino qualora la deglutizione venga meno; come si pone rispetto alla ventilazione meccanica; se desidera donare tessuti alla ricerca dopo la morte. Una volontà espressa in anticipo evita alla famiglia di dover indovinare nel momento peggiore. Forma e valore legale di un documento simile cambiano da paese a paese, e conviene informarsi sul posto.

Consulto online

A distanza è sensato affrontare tre punti. Il primo: quanto sta cambiando davvero in fretta la situazione. Il medico aiuterà a costruire la cronologia a partire dalle vostre osservazioni, ed è proprio il ritmo a decidere se basta una visita neurologica programmata o se bisogna ottenerne una subito. Il secondo: quali esami vale la pena avere in mano e in che ordine, per non perdere settimane in giri inutili. Il terzo: l'organizzazione dell'assistenza a casa, dall'alimentazione quando deglutire è faticoso alla sicurezza negli spostamenti, fino alla gestione di ansia e agitazione. A parte si discute la situazione delle famiglie in cui una malattia prionica si è già verificata: se convenga un test genetico, che cosa dice e che cosa non dice. Questa diagnosi non si formula né si esclude a distanza: richiede una valutazione neurologica in presenza.

Questo materiale ha finalità informativa e non sostituisce il consulto medico.

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